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08-07-2012, 23:41 • Campobasso • La finestra aperta

I dissacratori locali del supplemento domenicale

di Peek a boo

Da qualche tempo, la Stampa locale (in ispecie quella che diffonde il Verbo on line) ha scoperto un filone redditizio: quello della dissacrazione generica. Chi lo pratica è convinto che oggi sia sufficiente far questo per autoattribuirsi una posizione da inveterato intellettuale. Dissacrare, vorrebbe dire deridere, mettere in caricatura, rovesciare quel che - di contro - dovrebbe essere rispettato. Ma il fatto è che le idee fondamentali, i principi, le essenze prime, hanno una localizzazione sconosciuta agli stessi dissacratori che, pur credendo di nominare le cose sacre e di trascinarle nel loro discorso, non parlano che di sé, lasciando incontaminate le entità che vorrebbero spogliare e mostrare al mondo come miti smascherati e sconfitti. Ma il fatto è che non basta dichiararsi untori per diffondere la peste e per alimentare la strage. Così gli untorelli di certe testate non conseguono alcunché con le loro "abbuffate" di parole proprio perché non è dato ad alcuno di dissacrare realmente; tanto meno a pseudo-giornalisti ed a rivenditori di piccole emozioni.

Ma c'è pure una forma di dissacrazione rispettosa. Uno scrittore boemo (Jiri Fried) ha capito e rappresentato una mania, un gusto, un hobby che tormenta da sempre chi si occupa di cose belle. Ha raccontato la storia di un impiegato innamorato della calligrafia e della ricopiatura che, dopo di avere replicato la prima pagina di "Eugenie Grandet" o delle "Anime morte", oppure il proemio del "Decamerone", doveva trattenersi dal continuare perché sarebbe stato capace di "fotografare" l'intero libro. Faceva questo per sentirsi un Balzac, un Gogol od un Boccaccio? O per introdursi nella pelle di questi scrittori, al fine di stare in buona compagnia o - soprattutto - per scoprire i segreti del loro mestiere? Il nostro copiava con voluttà, con trasporto, con devozione, magari pure solo per amore del segno impresso sulla carta, del miracolo della scrittura (che oggi è diventata elettronicamente àtona), ed arrivò al punto di sognare e di inventare (novissima cosa!) i numeri maiuscoli, cominciando con il chiedersi perché questi non potessero essere dell'una o dell'altra misura, così come le lettere dell'alfabeto. Aveva compreso che era solo questione di accettare una forma, una convenzione, come quella delle lettere gotiche, corsive, tonde, minuscole o maiuscole, che si vedono sui trattati di calligrafia.

Talvolta si ritiene pure di dissacrare parlando sporco. Il poeta-scrittore-critico lancianese Eraldo Miscia riteneva che, per i giovani, fare questo fosse un segno di anticonformismo e di contestazione. Invece, c'è da pensare che si tratti piuttosto di insicurezza, di debolezza e di pusillanimità. Molti di loro accedono al turpiloquio solo per sembrare forti, sprezzanti, capaci di dire le cose come sono. In verità fanno questo soprattutto per mascherare la loro scarsa energia, la loro poca fantasia e la propria incapacità a possedere il mondo. Nel turpiloquio giovanile vi è anche un'inconscia paura delle cose stesse, che essi nominano senza prima ricoprirle di veli. Gli organi, il cui nome usano come semplice interiezione od una usuale esclamazione, si sono presentati alla loro vita ed alla loro esperienza con tutta la perentorietà delle funzioni a cui sono destinati: o metterli debitamente in opera oppure detronizzarli. Ed ecco che, col destinarli a diventar parola, immagine, esibizione verbale, si pensa di averli destituiti da ogni loro naturale imperio. I forti, i sicuri di sé, i padroni della realtà, possono fare a meno di evocare fantasmi oppure di trasformare in ectoplasma od in emblema la loro dotazione anatomica.

Talvolta si ritiene persino di dissacrare utilizzando male la lingua italiana che è inesorabile nelle sue regole. In un romanzo letto di recente, alla protagonista che, in un luogo del libro, ricordava ad un amico d'essere entrata con lui in una Chiesa, l'Autore fa dire:"Tu volesti che noi entrassimo". Il "giro" sintattico è ineccepibile, la consecutio temporum precisa come i tempi di un orologio svizzero; ma l'orecchio ne soffre (e forse persino le labbra che pronunciano una tale frase). Sicuramente ebbe ad esprimersi di gran lunga "meglio", sia pure nel suo abominio grammaticale e sintattico, un negoziante di vini pugliesi che, ad un pranzo di addio offerto per un piccolo funzionario trasferito altrove, volendo esprimere tutto l'affetto suo e del Paese per chi stava partendo, disse:"Se tutti avrebbero saputo, tutti avessero venuto".

Non sarebbe possibile concludere la nota senza discettare di colui che, secondo il mito, fu un dissacratore naturalistico per antonomasia. Alludo a Giove che, secondo i racconti tramandatici, privò del regno il proprio padre; dopo di che lo castrò, l'incatenò e lo rinchiuse nel Tartaro. Fu incestuoso con le sorelle, con le figlie e con le zie e violò persino sua madre Cibele. Sedusse una gran quantità di fanciulle e di donne maritate; e, per conseguire i suoi intenti, si servì di tutti i travestimenti immaginabili. Fu pederasta, ingannatore e spergiuro. I suoi amori con le donne mortali durarono sedici generazioni, avendo incominciato con Niobe e terminato con Alcmena che ingravidò di Ercole (secondo alcuni in tre notti, secondo altri in nove). Gli antichi scrittori affermano che divorò la sua prima moglie, Metis, così da divenire gravido egli stesso. Fu allora che, attraverso la testa, mise al mondo la dea Pallade. Quale intenzione o quale allegoria si nasconde in queste storie, tramandate dal mito? Presumibilmente il tentativo - da parte degli uomini - di dissacrare a loro volta la divinità, così da giustificare le proprie malefatte, attribuendone di peggiori proprio a chi li avrebbe creati.

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