Agricoltura molisana: è anche una scelta etica
di CATERINA SOTTILE
Cosa sta accadendo all'agricoltura del Molise? Le polemiche, giuste, contro l'eolico selvaggio sollevate forse con qualche ritardo anche da Coldiretti pongono finalmente l'attenzione su un tema essenziale: la pianificazione del territorio impostata sull'inseguimento
irrazionale per la "convenzione per i parchi eolici" può stravolgere gli equilibri fondati sulla tradizione rurale della nostra regione? La preservazione dell'ambiente naturale è sicuramente il primo e più efficace strumento di prevenzione sanitaria e i costi della Sanità dipendono in maniera eclatante e drammatica dalla qualità della vita e dalla sostenibilità del benessere compatibile con la difesa della salubrità dell'aria, dell'acqua, dell'habitat in generale. L'eolico è l'energia pulita per eccellenza ed è sicuramente preferibile ad altre fonti di energia molto più invasive. Però pone un problema complesso, e persino meno controllabile a lungo termine. C'è una corsa, forse troppo disinibita, ai proventi che provengono dalla cessione dei terreni ai pali. Il Molise non è la brulla Calabria, la Basilicata ed i terreni ceduti sono coltivati e coltivabili. Benchè le divergenze che animano la discussione sui parchi eolici siano soprattutto politiche i sindaci, prima ancora dei consiglieri regionali, sanno che sono proprio gli agricoltori a rincorrere le convenzioni con le società che installano i parchi. Perchè una categoria così storicamente trainante e così rappresentativa in questa regione rinuncia al suo potere produttivo in cambio di 3500 euro annui, o, i più fortunati, per 7000 euro? Perchè per un agricoltore, in questi ultimi cinque anni in cui ha dovuto combattere con il mercato globale, ma anche con la siccità o con temperature anomale, quelle cifre le ottiene dovendo lavorare, e duramente, per un intero anno. Ma investendo anche energia umana, attrezzatture, rischi legati al lavoro. Quelle, o poco più che quelle sono le cifre che poi dovrebbero coprire anche interessi maturati nelle banche, o che dovrebbero consentire investimenti per riadeguare le piccole aziende e renderle davvero competitive. I conti non tornano e alla fatica non corrisponde la dignità che un lavoro così nobile e così essenziale per la sopravvivenza di questo
territorio meriterebbe. Ciò che salta agli occhi è quindi una povertà implicita che non riguarda solo i conti ma anche la visibilità della categoria rispetto alla programmazione regionale: gli "uomini con la valigetta" trovano davvero un deserto malleabile, assenza di reattività sociale ma anche un contesto disgregato in cui ciascuno deve decidere per sè. I pali rischiano di diventare un surrogato dei vecchi sostegni intergrativi e presuppongono una resa, storica, pericolosa a trasformare la terra in grado di produrre pane in spazio disabitato da adibire alla produzione di energia. E' un dilemma serio, se si considera l'agricoltura non solo come un qualsiasi settore dell'economia. L'agricoltura è anche "matrice sociale" di una comunità e il potere di far nascere grano, uva, ortaggi non presume solo un valore di mercato ma sancisce la potenzialità reale di un Paese di essere autonomo, di resistere all'aggressione del mercato che uccide le micro realtà. Difendere il nostro olio o la nostra uva non è solo un'illusione romantica, in mancanza di idee efficaci per creare lavoro e ricchezza, ma attiene alla preservazione più profonda e più strutturale della "salute sociale" di questa regione. Dire no e mai a questioni così imminenti come la fame di energia è un inutile esercizio ideologico per non agire e per non risolvere nulla. Ma prestare il collo e la propria terra a disegni che passano sopra il Molise senza incidervi in
senso positico e propositivo significa rimanesere nudi e affamati dopo una nubifragio. Forse gli agricoltori dovrebbero essere attori principali e quotati di questa discussione e la Politica, tutta la politca, dovrebbe far loro da scudo. Un gioco che non vale la candela, se pensiamo che le convenzioni durano trent'anni mediamente e che sono stipulate con la consapevolezza tacita che non coltivare la nostra terra rende più che farla vivere. E questa è l'aberrazione più allarmante, che indurrà a svendere il Molise al primo offerente. Ma l'agricoltura garantisce anche la stabilità di un territorio, la sua "cura" geologica, strutturale, ambientale e non può essere considerata solo un'opzione economica, più o meno attuale e praticabile. Oltrepassa e di molto, il valore materiale della sua produttività e presume la sopravvivenza di tutti.
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Eccolo qua, eccone un altro di personaggio che dimostra quanto poco gliene freghi delle regole.
Antonio Di Rocco, di professione Boh !
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