15-07-2012, 17:37 • Campobasso • La finestra aperta
La stranezza di certi lettori
di Peek a boo
Ciascun lettore ha un ritmo diverso di lettura, al punto che la circostanza diversifica un'opera da un lettore all'altro. C'è chi salta un periodo, chi un altro; chi legge di corsa una pagina, chi si sofferma a ponderare le righe che scorre; chi volge lo sguardo sui periodi e chi prende a compitarli con estrema attenzione, parola per parola. C'è chi legge spesso un libro, od anche un articolo, ma iniziando dalla fine. Se il finale abbia incontrato il suo interesse, prende a leggere l'ultimo capitolo per intero. Se il suo contenuto regge alla curiosità, va sul penultimo. Con questo sistema, talvolta giunge a rimontare fino all'inizio del libro o dell'articolo.
Altre volte un saggio, oppure un'opera di critica letteraria data per sublime, viene letta con impegno pure dai non iniziati che, tuttavia, dopo qualche pagina, dispensandosi dal trovare un senso (quale che sia) in quel che leggono, vanno avanti soltanto nella speranza di trovare - qua e là - delle citazioni d'autore, ben sapendo che i più noiosi filologi e saggisti hanno almeno questo di buono: delle citazioni impensabili, rivelatrici non tanto del loro pensiero (di cui importa niente a nessuno) quanto poiuttosto di ciò che è contenuto nelle opere degli scrittori che citano.
Chi sia famelico lettore conosce bene uno dei fenomeni dell'attuale società civile: il critico letterario, creatura che ha subito fortemente l'azione deformante di una certa mentalità contemporanea al punto d'essersi ormai parificato agli avvocati. Questi ultimi si investono della causa di ogni nuovo cliente e ne sposano non solo gli interessi quand'anche la colpevolezza, arrivando a far corpo unico col difeso e correndo con lui - almeno a parole - l'àlea della sentenza. Nelle loro arringhe, giungono ad immedesimarsi col cliente al punto da adottare nelle loro perorazioni la fornula "Noi siamo imputati di ...", oppure "Ci si contesta di avere ucciso ..." il tale o il talaltro, quasi che potesse toccare ad entrambi di andare in galera e non solo al cliente. Così i critici che, salvo rare eccezioni (come occorre dire), non fanno più altro che arringhe defensionali, perorazioni o panegirici, in definitiva mirando ad andare in gloria insieme al loro Autore.
Ecco perché, a proposito di Sainte-Beuve, Proust ha scritto che "I versi di un critico rappresentano il peso sulla bilancia dell'eternità di tutta la sua opera". Se questo fosse vero, bisognerebbe fare attenzione alle poesie di Gianfranco Contini od a quelle di Giorgio Bàrberi-Squarotti e di chissà quanti altri loro colleghi che, tra un saggio e l'altro, infilano di sotto mano qualche lirica in riviste o in numeri unici, quasi per far capire che, se avessero voluto, altri che poeti. A proposito di versi, Vittorio Amedeo II di Savoia li chiamava "mezze righe" e pensava che le poesie non fossero altro che capricci dei tipografi o dei calligrafi. In un Paese destinato ad essere sempre pieno di lirici, quel Savoia può essere considerato una sorta di antidoto da non disprezzare.
Un altro curioso fenomeno è riscontrabile tra i giornalisti. In una vecchia prefazione ad una silloge delle opere di Luciano di Samosata, Alberto Savinio notava che, nei suoi scritti, S. Ambrogio non parla mai di S. Agostino; che S. Atanasio ignora S. Ilario e che Cassiodoro mostra di non sapere chi sia S. Benedetto. Non solo, poi c'è Orazio che non nomina mai Ovidio né Properzio; i contemporanei di Plutarco lo ignorano e lo stesso Plutarco, biografo nato, non cita alcuno scrittore del suo tempo. Allo stesso modo, si potrebbe osservare, i gazzettieri molisani si guardano bene dal citare nei loro articoli i colleghi, tanto che - già fra vent'anni - sembreranno vissuti come in un deserto, ignoti gli uni agli altri. Ciascuno provvede a se stesso, cosicché tutti insieme formano non un continente quanto piuttosto un arcipelago. Magari si ritrovano a tavola, in montagna od al mare, ma non lasciano traccia dei loro incontri e della loro amicizia od inimicizia negli articoli che forse pensano di avere affidato alla posterità.
Non si potrebbe concludere senza di tenere conto di un altro curioso fenomeno. Sin dai tempi dell'"Ulisse" di Joyce, e poi dell'"Horcynus horca", quando sente dire che è uscito un libro molto difficile, il lettore comune si affretta a comperarlo ben sapendo che la lettura richiederà un livello superiore di cultura. Naturalmente lo fa non per leggerlo ma per tenerlo nello studio allo scopo di impressionare favorevolmente i visitatori che, appena scorgono il celebrato volume, schioccano le dita e dicono, dentro di sé:"Caspita! Questi sì che sa scegliere!". Uscendo, passano in libreria e comprano anche loro il medesimo libro per conseguire il medesimo effetto quando avranno avuto delle visite. Sono capaci di andare al caffè con quel libro sotto il braccio, pur di far vedere alla gente che razza di cultura hanno. Quanti professionisti, intellettuali, uomini politici di alta estraziomne, operatori dell'industria, confessano sottovoce di essere lettori solo dei quotidiani locali ma soprattutto di libri gialli che, naturalmente, tengono nel comodino, laddove una volta si nascondeva il pitale. Invece sul piano in vista di quel mobiletto, come livre de chevet, tengono qualche classico e, più comunemente, i libri "difficili". Non è manco escluso che in libri come l'"Ulisse" abbiano messo gli occhi, ma è stato solo per persuadersi che si tratta di roba da tenere in mostra, mai da leggere.
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