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19-06-2012, 22:31 • Campobasso • Politica

Non toccate Comuni e Province: che, per qualcuno, sono meglio delle Regioni

Tutti ce l'hanno con le Province. Eppure c'è chi penserebbe piuttosto di eliminare le Regioni, preferendo enti burocraticamente più snelli, come tali facilmente controllabili dai cittadini. Ma chi è che predica cose che si pongono in maniera tanto controcorrente, ponendosi fuori dal coro in grazia di contenuti politicamente ultrascorretti?

Il 44enne deputato del Pdl potentino Giuseppe Moles, liberista in economia, laureato in Scienze politiche e docente universitario alla "S. Pio V" di Roma, alle Regioni preferisce Province e Comuni. In effetti, mentre contro le Province in quanto tali (indipendentemente, quindi, dalla loro dimensione demografica) le voci che si alzano sono sempre più numerose; mentre sono in tanti coloro che propugnano la soppressione dei piccoli Comuni (che, è bene ricordarlo, non avverrà perché persino le ultime manovre hanno lasciato sopravvivere tutti gli enti locali territoriali, nessuno escluso), nei confronti delle Regioni i dissenzienti non sembrano abbondare. Semmai, questi ultimi hanno, tutt'al più, il numero di queste ultime quale obbiettivo da criticare.

Quando montava l'onda d'urto della cosiddetta manovra "Tagliaitalia", giorno dopo giorno lievitava la protesta contro i singoli provvedimenti: i tagli non fatti (compresi quelli riguardanti la "Casta", peraltro invocati a gran voce dall'opinione pubblica) e quelli fatti; l'aumento delle entrate garantito da torchiature, in parte improvvisate e in parte inique. Le norme che suscitarono il dibattito più acceso furono soltanto quelle relative all'abolizione di alcune Province e di una grande quantità di piccoli Comuni. Ad "Uno mattina estate" andò in onda l'indignazione di alcuni Sindaci che difesero il volontariato della loro mission. Non prendevano una lira, andavano in giro a risolvere i problemi della loro Comunità a proprie spese, usavano il cellulare personale, e così via. E, in più, rivendicavano la storia locale, l'orgoglio di una comunità che non intendeva confondersi con quella di vicini ingombranti (e talvolta nemici: vedi il caso degli abitanti di Portofino che giudicavano insultante la sola idea di finire con l'essere amministrati da "quelli" di Santa Margherita Ligure).

Ritenevano che, abolendo tante identità, non si sarebbe risparmiato neppure un euro ma che si sarebbero cancellati pezzi importanti di storia minima, comunque significativa. In definitiva, essi dicevano, l'Italia non è la Francia o la Germania, che si svilupparono sul modello feudale: noi siamo gli eredi dei Comuni e delle tante capitali che hanno contribuito a fare della Penisola la culla della civiltà, della cultura, dell'arte, quando si identificarono nei campanili e nelle signorie locali, rivali e concorrenti nelle miserie, ma anche (e soprattutto) nello splendore. L'errore commesso per loro era quello che viene da sempre imputato a Tremonti: i tagli orizzontali, che non tengono in conto alcuno le scale autentiche di valore.

L'abolizione di tutte le Province (nessuna esclusa) non avrebbe provocato la ribellione di oggi. Ma (per fare un esempio particolarmente delicato) se si cancellassero 20 o 30 capoluoghi, e fra questi Trieste, sarebbe inevitabile che il patriottismo finisse con il rievocare il sacrificio degli irredentisti (Guglielmo Oberdan e Nazario Sauro) per rivendicare il diritto ad uno status che prescinda dalla volgarità demografica rappresentata dal numero degli abitanti. Un problema analogo è sorto in seguito alla decisione di trasferire tutte le feste in calendario alla domenica successiva. I Napoletani sono scesi subito sul piede di guerra perché San Gennaro deve essere festeggiato il 19 settembre; ed in quel giorno tutta la città deve attendere che il sangue del Patrono si sciolga. Non si può pretendere che "Gennarino" detto "faccia ‘ngialluta" rinvii il miracolo per adeguarsi alle scelte di un Governo secolare. Le tradizioni contano, più dei calcoli dei politici.

Invece, tornando alle Regioni, risultano sempre più numerosi gli esponenti politici (ivi compresi i Presidenti della Lombardia, Roberto Formigoni, e della Campania, Stefano Caldoro) che confermano la necessità di accorparne di svariate per costituirne di "mega". Sempre di più si fa rilevare un'assurdità che ci riguarda da vicino: quella di avere creato, da una semplice Provincia qual era quella di Campobasso, una Regione (il Molise) con due Amministrazioni intermedie (le Province di Campobasso e di Isernia). Con ragione, il Sindaco di Roma ha ricordato che vi sono Municipi di Roma Capitale che sono ben più popolosi dell'intero Molise. A parte tutto questo Moles dice di avere ulteriori ragioni da vendere per opporsi all'istituto regionale.

In termini di costi, di burocrazia, di istituzioni, i danni più gravi sono giunti proprio da questi ultimi. Sul piano storico e politico, occorre guardare indietro, agli anni fra il 1946 (quando s'insediò la Costituente) e il 1970 (quando si svolsero le prime elezioni nelle 15 Regioni a Statuto ordinario). Le previsioni sul disastro che avrebbero rappresentato si sprecarono: da Ciccio Nitti a Giovanni Malagodi, da Alfredo Covelli a Luigi Einaudi, da Giorgio Almirante a Vittorio Emanuele Orlando, gli insigni personaggi che segnalarono i guai futuri furono numerosi ed autorevoli. Ma la cosa grave fu quella per cui la realtà andò ben oltre le più fosche previsioni.

Si noti che negli Anni Sessanta, quando ancora dovevano sorgere le Regioni a Statuto ordinario, v'era già un esempio palpabile, concreto (educativo, potremmo dire), di quel che il nuovo ente avrebbe potuto significare: la Sicilia. E non si dica che si trattava di un ente a Statuto speciale e di un caso a sé. Senza dubbio la Sicilia assomma il peggio, e dimostrava di avere già da allora, in nuce, tutte le lezioni per far riflettere sui malanni recati dal nuovo istituto. Stupisce che fra gli eredi degli illustri nomi prima citati, con la solitaria eccezione di Moles, non si trova uno solo che rivendichi, sia pure come bandiera ideale, l'antiregionalismo. Grave è, in particolare, che tanto i liberali nel Pdl, quanto gli ex di An, abbiano sempre taciuto sulla questione.

Claudio de Luca

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