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17-06-2012, 21:15 • Campobasso • La finestra aperta

Io, i gay e la loro "Giornata (bolognese) dell'orgoglio"

di Peek a boo

Ho assistito (anzi ho voluto partecipare) al "Giorno dell'orgoglio gay" tenutosi di recente a Bologna perché - lo confesso - la curiosità mi aveva assalito così come i crampi fanno ad uno stomaco disturbato. A parte l'invasione della Città, il cui centro era diventato impraticabile; a parte la difficoltà di raggiungerlo per le deviazioni imposte ai bus di linea che ti lasciavano lontano dalla "T" formata dalle vie Rizzoli, Ugo Bassi ed Indipendenza; a parte che il Sindaco Merola non aveva emanato alcuna ordinanza per non vendere alcolici come è stato fatto a Larino per i "99 Posse" da un altro primo cittadino più lungimirante, debbo dire che ho potuto rilevare una grande partecipazione di folla giovanile al corteo che - per ciò stesso - è risultato essere composto soprattutto da "etero", presenti come per essere andati ad una festa di amici.

Insomma, non avrei potuto annotare alcunché di quello che solitamente di scandaloso (?) viene ripreso dalla Stampa, a parte qualcuno ubriacatosi di birra, al punto di vomitare persino l'anima; e manco ho avuto modo di vedere uomini che si baciavano sulla bocca. C'è stata una sola sanzione, accertata a carico di alcuni "volontari" che facevano i parcheggiatori abusivi. E' stata, quindi, sicuramente una serata, e nulla d'altro; ragion per cui, nell'occasione, ho potuto rivangare i tempi della mia gioventù in quelle zone dove sono stati (e sono tuttora) diffusi i cosiddetti "femminielli". Tra i miei ricordi di giovinetto ancora imberbe, c'è un Mario (all'anagrafe) che si faceva chiamare Maria (e nessuno si sarebbe sognato di non appellarla così). "Costei", ironia della sorte, faceva la cuoca e la donna di servizio proprio in un convento di frati Cappuccini, con tutti i sorrisi ed i commenti ironici che ne potevano nascere.

Sono femmine in un corpo d'uomo (e viceversa); ma, ai tempi della mia infanzia, queste creature erano sempre presenze bene accette, oggetto di una sorta di culto popolare, quasi fossero sacerdoti arcaici di misteri o depositari di un'antica scienza oramai perduta. Chi abbia letto "La pelle" di Curzio Malaparte, oppure abbia visto recitare nella stessa parte in commedia, Beppe Barra, non può avere dimenticato la tombola officiata dai "femminielli" che, in questo modo, tirando a sorte i numeri, ed annunciandoli con elaborate perifrasi, come faceva la famosa donna Péreta (termine del vernacolo napoletano per intendere "pèto"), diventavano quasi figure significative nella determinazione del destino. Sarà per questo che ancora oggi, a Napoli, il più potente antidoto alla "sfiga" rimane costituito dalla benedizione impartita da un prete che fa capo a quell'"altra parte del mondo". Oggi ci sono anche cantanti del terzo sesso che, spesso, rivendicano con orgoglio la propria identità omosessuale, come nel testo rap "Ragazzo gay":"Hey, ragazzo gay, non arrenderti mai. Forse, ce la farai! Hey, ragazzo gay, io lo so, lotterai perché il cuore ce l'hai. Dentro di te c'è l'amore di chi ha creato ogni cosa. L'anima non ha colore né sesso né età".

Presentemente, nella gran parte del Meridione, il "femminiello" continua a serbare, pure nelle sue più moderne reincarnazioni, un ridotto sicuro ed accogliente. Egli ha un ruolo; e, molto spesso, provvede anche a fare smaltire il testosterone in eccesso di cui si sentono dotati tanti ragazzini "impazienti" che non mostrano imbarazzo nel misurare certo loro esubero di virilismo, accompagnandosi a queste creature variamente ammirate, coccolate, persino temute, ma a patto che si mantengano il più possibile nell'àlveo della tradizione, nel senso di dichiararsi contrarie al matrimonio tra gay o di perpetuare la tradizione della Candelora (la loro più grande festa), quando si recano in pellegrinaggio al Santuario di Montevergine per celebrare la memoria di due antichi travestiti napoletani. Si racconta che questi furono esiliati e condannati a morire sulle balze irpine del monte Partènio ma poi salvati per intercessione della "Mamma Schiavona": quella Madonna a cui, ancora oggi, la categoria dedica canti e danze nel corso di una cerimonia che è il più incredibile "Gay pride" mai celebrato in Italia.

Insomma, per molta gente, i problemi comincerebbero a manifestarsi solo quando, dal "femminiello" vecchio stile, si passa al "gay organizzato" che, già per via di questo termine inglese moderno, diventa una figura vissuta come estranea dal volgo. Mentre il "femminiello" sta al suo posto (e, onestamente, si dedica alle attività a cui ha sempre atteso), il nuovo gay pretende di essere un pari, di non pagare dazi sociali, di rivendicare - in forza della legge - diritti e prerogative. Di qui sarebbe nato quel rapporto critico che ha attirato persino l'attenzione dei sociologi dopo le ripetute denunce presentate da "Arci gay" e da "Arci lesbica" in ordine alle manifestazioni di intolleranza di cui spesso diventano bersaglio alcuni loro affiliati. Da un certo punto di vista, in questa imprevedibile avversione per gli omosessuali si potrebbe leggere semplicemente la dimostrazione di una mentalità arcaica che, inconsciamente, comprende di essere culturalmente più debole e, per ciò stesso, intende "proteggere" se stessa di fronte all'irrompere del moderno, dell'altro da sé, originando un pregiudizio secondo cui i gay fanno (o si presume che facciano) cose stridenti rispetto alle consolidate abitudini collettive. In sostanza, molti ritengono che essi serbino atteggiamenti che sfuggirebbero al catalogo degli usi certificati, introducendo elementi di perturbazione nel quotidiano sociale.

Avevo in animo di sottoporre queste meditazioni all'attenzione del lettore da quando un'amica giornalista ebbe a riprendermi (benignamente, per carità) a causa di una mia innocentissima battuta sul gaio mondo postata su "Face book". Sentivo di non meritare le sue rampogne, ma non me la presi più di tanto, bene conoscendo il rapporto culturale da me intessuto correttamente con questi soggetti a cui mi legano frequentazioni infantili e ricordi leciti, trasparenti e cristallini. Compresi, però, che ero andato a toccare un argomento-tabù, tale da non potere essere infranto, perché oramai accettato da tutti come tale. Però un tabù è pure qualcosa che finisce con l'inibire ogni forma di discussione, nel bene e nel male. Ergo, se vogliamo, mentre rimango solidale con chi sente di potere essere diverso dal punto di vista sessuale, ove mi venisse fatto, una battuta (tabù o non tabù) vorrei proprio poterla dire, pure se mi trovassi in punto di morte. Il mitico don Giovanni Tenòrio, un po' come Giacomo Casanova e come altri famosi tombeurs de femmes del calibro di don Gabriele d'Annunzio, si sarebbe attenuto - secondo la vulgata - alla regola del dovere provare tutto, prima di morire. La tesi prospettata mi fa rammentare quella espressa da un vecchio avvocato frentano che, commentando una delle solite notizie di cronaca su quello che lui considerava lo "squallido mondo degli omosessuali", aveva esclamato:"Però, si fusse bièlle, sicuramente avésse jettate cenquant'anne di vita. Sulamènte 'a nu scème comme a ‘mmé putéva capità ‘sta cosa!".

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